Diniego
paesaggistico e impianti rinnovabili: per il Consiglio di Stato non può essere
automatico
Nel
procedimento autorizzativo degli impianti da fonti rinnovabili,
la tutela del paesaggio è uno snodo centrale, spesso oggetto di contenzioso tra
operatori e pubbliche amministrazioni. Con la sentenza n. 2855 del 9 aprile 2026, il Consiglio di Stato interviene nuovamente sul tema,
consolidando un orientamento giurisprudenziale sempre più definito: il diniego paesaggistico non può fondarsi su presunzioni o divieti
impliciti, ma richiede una valutazione istruttoria concreta e
una motivazione riferita allo specifico intervento. La decisione ha un grande rilievo operativo per progettisti,
sviluppatori e amministrazioni, perché chiarisce il rapporto tra pianificazione
paesaggistica, disciplina delle aree idonee e funzionamento della conferenza di
servizi, alla luce del quadro normativo nazionale sulla transizione energetica.
Il caso esaminato dai giudici amministrativi riguardava un impianto
fotovoltaico valutato nell’ambito della conferenza di servizi e concluso con
un provvedimento negativo basato
sul parere dell’autorità paesaggistica competente. Il Consiglio di Stato
ha confermato l’annullamento già
disposto dal giudice di primo grado, rilevando l’assenza di una motivazione
adeguata. L’amministrazione si era limitata a richiamare il regime di tutela
previsto dal piano paesaggistico regionale per la fascia costiera, senza sviluppare una verifica puntuale delle caratteristiche del sito,
delle soluzioni progettuali adottate e dell’effettivo impatto visivo e
territoriale dell’impianto.
Secondo i giudici, invece, il parere paesaggistico deve sempre esplicitare il nesso tra opera proposta e concreta compromissione dei valori tutelati. L’atto amministrativo non può quindi limitarsi a richiamare il vincolo esistente, ma deve dimostrare in modo argomentato l’incompatibilità dell’intervento con il contesto. Uno dei passaggi più significativi della pronuncia riguarda il superamento dei dinieghi automatici. La sola localizzazione dell’impianto in area sottoposta a tutela paesaggistica non costituisce motivo sufficiente per respingere l’istanza autorizzativa. La pronuncia ribadisce che l’amministrazione è tenuta a svolgere un’istruttoria effettiva, capace di analizzare il contesto reale, la presenza di infrastrutture analoghe già installate e le caratteristiche tecniche dell’intervento. Nel caso esaminato mancava una ricostruzione concreta del paesaggio interessato e non era stata valutata la coesistenza con altri impianti presenti nell’area. La decisione si inserisce così in una linea giurisprudenziale recente che considera illegittimi i pareri fondati su motivazioni stereotipate o su un rifiuto preconcetto dell’energia solare, riaffermando la necessità di un bilanciamento tra tutela paesaggistica e interesse pubblico alla produzione di energia rinnovabile.
Richiamando l’articolo 20 del decreto, i giudici amministrativi osservano che, nelle more dell’individuazione regionale delle aree idonee, la mancata inclusione di un sito negli elenchi regionali non equivale a dichiararne l’inidoneità. L’amministrazione procedente avrebbe dovuto considerare che il progetto ricadeva in un’area qualificabile come idonea secondo la disciplina applicabile ratione temporis. A ciò si aggiunge che i giudici hanno escluso l’applicazione retroattiva della normativa regionale sopravvenuta, richiamando il principio generale di non retroattività degli atti amministrativi. Questo passaggio assume particolare importanza pratica perché impedisce alle amministrazioni di trasformare un vuoto pianificatorio temporaneo in una barriera autorizzativa.
Un ulteriore chiarimento riguarda gli effetti del silenzio della Soprintendenza durante la conferenza di servizi.
Secondo i giudici, invece, il parere paesaggistico deve sempre esplicitare il nesso tra opera proposta e concreta compromissione dei valori tutelati. L’atto amministrativo non può quindi limitarsi a richiamare il vincolo esistente, ma deve dimostrare in modo argomentato l’incompatibilità dell’intervento con il contesto. Uno dei passaggi più significativi della pronuncia riguarda il superamento dei dinieghi automatici. La sola localizzazione dell’impianto in area sottoposta a tutela paesaggistica non costituisce motivo sufficiente per respingere l’istanza autorizzativa. La pronuncia ribadisce che l’amministrazione è tenuta a svolgere un’istruttoria effettiva, capace di analizzare il contesto reale, la presenza di infrastrutture analoghe già installate e le caratteristiche tecniche dell’intervento. Nel caso esaminato mancava una ricostruzione concreta del paesaggio interessato e non era stata valutata la coesistenza con altri impianti presenti nell’area. La decisione si inserisce così in una linea giurisprudenziale recente che considera illegittimi i pareri fondati su motivazioni stereotipate o su un rifiuto preconcetto dell’energia solare, riaffermando la necessità di un bilanciamento tra tutela paesaggistica e interesse pubblico alla produzione di energia rinnovabile.
Richiamando l’articolo 20 del decreto, i giudici amministrativi osservano che, nelle more dell’individuazione regionale delle aree idonee, la mancata inclusione di un sito negli elenchi regionali non equivale a dichiararne l’inidoneità. L’amministrazione procedente avrebbe dovuto considerare che il progetto ricadeva in un’area qualificabile come idonea secondo la disciplina applicabile ratione temporis. A ciò si aggiunge che i giudici hanno escluso l’applicazione retroattiva della normativa regionale sopravvenuta, richiamando il principio generale di non retroattività degli atti amministrativi. Questo passaggio assume particolare importanza pratica perché impedisce alle amministrazioni di trasformare un vuoto pianificatorio temporaneo in una barriera autorizzativa.
Un ulteriore chiarimento riguarda gli effetti del silenzio della Soprintendenza durante la conferenza di servizi.
Il
Consiglio richiama gli articoli 14-bis e 17-bis della legge n. 241 del 1990,
affermando che la mancata espressione del parere nei termini stabiliti produce
gli effetti del silenzio-assenso. L’inerzia dell’amministrazione preposta alla
tutela paesaggistica non può essere interpretata come adesione implicita a un parere negativo espresso da altri enti. L’assenso tacito
riguarda direttamente l’istanza oggetto del procedimento. In coerenza con
l’articolo 2, comma 8-bis, della stessa legge, eventuali pareri resi oltre i
termini risultano inefficaci, salvo i casi di esercizio dell’autotutela nei
limiti previsti dall’ordinamento.
Il principio rafforza la funzione acceleratoria della conferenza di servizi, evitando che il procedimento resti sospeso a causa dell’inerzia amministrativa. La Corte conferma un principio ormai consolidato: la tutela del paesaggio resta un valore costituzionale primario, ma deve essere esercitata attraverso valutazioni concrete e proporzionate. La produzione di energia rinnovabile è a sua volta un interesse pubblico strategico. Di conseguenza il diniego autorizzativo risulta legittimo solo quando dimostra in modo analitico che quello specifico impianto determina un’alterazione significativa e incompatibile del paesaggio, non quando si limita a evocare una generica incidenza visiva o la semplice presenza di un vincolo. Ne deriva un indirizzo applicativo chiaro per le amministrazioni: i divieti pianificatori richiedono motivazioni puntuali, l’istruttoria deve essere effettiva e la procedura autorizzativa non può essere condizionata da automatismi.
Il principio rafforza la funzione acceleratoria della conferenza di servizi, evitando che il procedimento resti sospeso a causa dell’inerzia amministrativa. La Corte conferma un principio ormai consolidato: la tutela del paesaggio resta un valore costituzionale primario, ma deve essere esercitata attraverso valutazioni concrete e proporzionate. La produzione di energia rinnovabile è a sua volta un interesse pubblico strategico. Di conseguenza il diniego autorizzativo risulta legittimo solo quando dimostra in modo analitico che quello specifico impianto determina un’alterazione significativa e incompatibile del paesaggio, non quando si limita a evocare una generica incidenza visiva o la semplice presenza di un vincolo. Ne deriva un indirizzo applicativo chiaro per le amministrazioni: i divieti pianificatori richiedono motivazioni puntuali, l’istruttoria deve essere effettiva e la procedura autorizzativa non può essere condizionata da automatismi.